Goodbye Pensioni

Goodbye Pensioni – la questione delle pensioni da un punto di vista ecologista

(scritto da Désobéissance Ecolo Paris e pubblicato su LundiMatin – seguite e sostenete)

La riforma delle pensioni vi dice: “dovrete lavorare più a lungo”. Quanto è assurdo, mentre gli accordi sul clima chiedono di ridurre drasticamente la produzione e dunque il tempo di lavoro? Ecco quindi un testo ecologista che propone piuttosto di estendere la pensione a tutto il resto della vita.

Nel 1995, quando la riforma Juppé venne respinta da uno sciopero generale, potevamo credere a un futuro sostenibile. Nel 2019, abbiamo la certezza che saremo nella merda. Il mondo è in ebollizione, tra disastro ecologico e insurrezioni generalizzate. Ci sembra difficile che un sistema pensionistico del 1945, che poggia sulla crescita economica e demografica, abbia qualche possibilità di funzionare negli anni a venire.

Bisogna uscire al più presto dal dibattito economico sulla durata del lavoro (destra) e l’aumento dei contributi (sinistra) per porre la questione ecologica della cura e dell’attenzione alla vecchiaia. Prima di tutto, non ci si occuperà mai al meglio delle nostre persone anziane se non liberiamo del tempo libero. E non libereremo il tempo libero senza sciopero, occupazioni, e trasformazioni profonde delle nostre condizioni di vita. Questo è l’obiettivo di questo testo di Désobéissance Ecolo Paris.

Ho orrore del tempo perso a portare un fardello

Prima di raggiungere quel famoso riposo che mi sarà concesso

[Casey, “Rêves illimités”]

NON CI SARÀ NESSUNA PENSIONE

Cosa pensare dell’idea stessa di “pensione”, quando ci viene ricordato ogni giorno che il mondo in cui viviamo sta crollando? Chi può pretendere oggi di guardare più in là di dieci anni, quando ogni rapporto dell’IPCC, ogni allerta degli scienziati, ogni notizia di incendi, di siccità, di inondazione o di insurrezione legata al prezzo del carburante ci annuncia anni difficili e rovesciamenti sociali ancora più frequenti?

Tutte le promesse di pensione cozzano con lo scetticismo di noi giovani1. Per la nostra generazione, una certezza è che la pensione non arriverà mai. Perché questo mondo non ci permetterà mai di andare in pensione. Basta vedere il Cile, l’Iran, Hong Kong, l’Algeria o la Francia nel dicembre 2018 per convincersene. La fine del mondo è forse più facile da immaginare che la fine del capitalismo, ma il capitalismo si disfa a vista d’occhio, e insieme a lui, la promessa di una vecchiaia in pensione.

La storia che ci è sempre stata raccontata sulle pensioni comincia dopo la seconda guerra mondiale, con l’instaurazione di “una pensione che permetta ai vecchi lavoratori di finire degnamente i loro giorni”2. Durante i “Trenta Gloriosi” (ndt: in Italia, il boom economico), la crescita economica e una demografia sostenuta assicurano ai pensionati una remunerazione vicina al loro stipendio in attività. Ma, a partire dal 1991, patatrac! Il “Libro bianco sulle pensioni” di Michel Rocard grida alla degradazione dell’equilibrio finanziario del sistema pensionistico, in un contesto dove la crescita rallenta fortemente, e la popolazione invecchia.

A partire da là, finisce il discorso sulla solidarietà con le persone anziane: si parla solo di diminuire il peso delle pensioni sul PIL. Ciò che chiamiamo ipocritamente “riforma delle pensioni” non è che una leva tra le altre per fare delle economie di bilancio, allo scopo di compensare il rallentamento della crescita. Come si fa su tutto ciò che è poco redditizio e costa caro, soprattutto quando ci si integra (poco) il fattore umano. Così la scuola, gli ospedali, i trasporti pubblici, l’agricoltura e, ovviamente, l’ecologia.

Ma c’è un qualcosa in più in questa riforma delle pensioni3: è il niente sulla questione ecologica. Il rapporto4 di Jean-Paul Delevoye, alto commissario alla riforma delle pensioni, evita con cura di parlarne, nonostante le persone anziane, per esempio, siano le più vulnerabili alle ondate di calore.

Se i dettagli della riforma Delevoye non sono ancora stabiliti, si sa già abbastanza per comprendere che questa riforma, come tutte le altre, è in contraddizione assoluta con le evidenze ecologiche. Non tanto nel suo contenuto, quanto nei suoi presupposti. Il rapporto Delevoye si fonda su previsioni di crescita economica di almeno 1% l’anno (p.116): questo significa la nostra morte ecologica5. Perché chi parla di crescita parla di produzione crescente di gas serra, estrattivismo, deforestazione, e devastazione degli ecosistemi6.

Ma se non c’è più crescita, meno denaro sarà prodotto e redistribuito. Allora, è assolutamente evidente che il sistema di Delevoye non sarà sufficiente a garantire il minimo vitale. Cercando in tutti i modi di evitare il ‘fallimento’ economico del sistema pensionistico francese (p.5), la riforma Delevoye non vede che il suo fallimento politico ed ecologico è scritto. La conclusione è semplice: o si rivedono radicalmente le basi della condivisione tra le generazioni, oppure si continua a correre verso il suicidio collettivo.

Nei punti essenziali, la critica delle misure predicate da Delevoye è già stata fatta e non ci torneremo7; basta leggere l’eccellente fumetto di Emma. La modifica della “età a tasso pieno” e il passaggio a una “pensione per punti” incita nel complesso le persone a lavorare più a lungo. Dunque a vedere la loro pensione ridursi drasticamente, poiché c’è tendenzialmente sempre meno lavoro8 (robotizzazione, automatizzazione, delocalizzazione, soppressione degli impieghi pubblici, che aumentano la disoccupazione strutturale in Europa). Gli impieghi rimasti sono sempre più precari, e i senior hanno maggiore difficoltà a trovarne.

E poi, che senso potrebbe avere lavorare di più, quando i ricavi di produttività ottenuti dopo due secoli avrebbero dovuto già liberarci dal lavoro? Si noterà l’assurdità nello spingere ancora le persone a “lavorare più a lungo” (Eduard Philippe9) quando tutti i rapporti scientifici indicano che si dovrebbe al contrario diminuire la produzione e lavorare di meno per preservare i nostri livelli di vita. Un rapporto del think tank Autonomy indica recentemente che “al ritmo attuale delle emissioni di carbone” dovremmo lavorare circa “9 ore a settimana per mantenere sotto la soglia critica dei 2°C di riscaldamento climatico”10. È la direzione inversa, ecologicamente insostenibile, che prende invece la riforma delle pensioni. Ci si propone di riformare le pensioni minando al tempo stesso le condizioni stesse di una pensione vivibile.

IN CHE MONDO PRETENDIAMO DI ANDARE IN PENSIONE?

Nella situazione in cui siamo, gli imperativi di bilancio sono secondari. Dobbiamo avere coraggio: ogni riforma politica contiene una scelta di vita. La scelta di vita contenuta nella riforma Delevoye è insopportabile: consiste nell’aggiungere al collasso ecologico in corso un collasso di ciò che resta delle solidarietà (sicuramente imperfette perché pensate su basi obsolete) del 20° secolo. Il rapporto Delevoye ci raccomanda in definitiva di condividere la scarsità. Una scarsità organizzata, perché dall’altra parte della barricata, i ricchi non sono mai stati tanto ricchi. Nel momento in cui abbiamo più bisogno di aiuto reciproco, di solidarietà, il governo propone l’individualismo e il si salvi chi può nel nome di economie di bilancio insensate.

Questo, in pratica, è il mondo nella testa di un Delevoye: farsi curare da una infermiera di 62 anni, trasportare da un ferroviere di 65 anni, salvare da un incendio da un pompiere di 64 anni, educare da una prof di 69 anni, ma farsi pestare da un celerino di 34 anni perché gli sbirri devono beneficiare dei soli regimi speciali che quel mondo conosce ancora11. Durante questo periodo, il mondo intero brucerà perché degli affaristi di 74 anni sfrutteranno fino in fondo tutto ciò che resta delle risorse naturali, finché ci sarà ancora tempo. Per noi, giovani, che navighiamo a vista nell’uberizzazione e nel precariato, ci sarà il mito della crescita verde e dell’economia di piattaforma. Più app, più video, più dati, più server, più scooter, più start-up di riciclo e contatori Linky12, che serviranno solo ad alimentare il controllo e la sorveglianza, e a “flessibilizzare” i mercati rendendo il lavoro più precario.

Rimane il fatto che coloro che contestano la riforma delle pensioni – la maggioranza delle organizzazioni sindacali e la sinistra – non sono in grado di immaginare un mondo differente. Discutono, alla fine, in un quadro economico e di bilancio molto simile a quello del governo13. Tutti o quasi cercano di “adattare” il sistema attuale14, ben pochi di rivedere le sue fondamenta. Dobbiamo rifiutare le regole del gioco della contestazione tradizionale.

Se dobbiamo fare il funerale del nostro sistema pensionistico, è per meglio immaginare come riappropriarsene e condividere le ricchezze. Delle ricchezze che non sono solo economiche. Il nostro sistema pensionistico attuale si limita a versare una pensione alle persone anziane dopo una certa età, come per ricompensarle di lasciarci in pace. Ma ci sono mille modi di prendersi cura delle persone anziane, e non tutte richiedono denaro. Dobbiamo imparare a stabilire solidarietà non economiche coi nostri anziani, che svolgono già diversi ruoli non remunerati che permettono il buon funzionamento dell’economia (come il loro volontariato o la cura dei figli in particolare). Le forme storiche della cura delle persone anziane sono tantissime nella storia e nella geografia: non c’è che da studiarle, discuterle, e migliorarle15. Più lo sciopero sarà lungo e partecipato, più avremo il tempo di rifletterci seriamente e democraticamente.

IN SCIOPERO FINO ALLA PENSIONE

La battaglia sulla riforma delle pensioni che comincia il 5 dicembre è una sfida grossa per le ecologiste francesi. C’è un’ecologismo rassegnato, o anche nichilista, che può lasciarsi andare a pensare che questa riforma non ci riguardi. Che andiamo in ogni caso verso la catastrofe. Che ci saranno troppi vecchi negli anni a venire, che in ogni caso “mangiano troppo”, che sia davvero necessario diminuire le pensioni. Alcuni arrivano a pensare che delle pensionate più povere consumerebbero meno, e che in fondo, non sarebbe male per la nostra impronta ecologica se una buona parte di questa classe di età che tanto inquina morisse prematuramente16.

Un ecologismo coerente non considera la demografia o la vecchiaia come un problema, quando è l’organizzazione capitalista della vita che rende questo mondo invivibile e ingiusto. Il mondo non è mai stato così “ricco” di denaro, di risorse, di energia come oggi: è la loro divisione che è mostruosamente ineguale. Ce n’è abbastanza per permettere delle condizioni di vita decenti e sostenibili per tutti prima di dover pensare a ridurre la popolazione o l’ammontare delle pensioni.

La battaglia delle pensioni è quindi l’occasione per dimostrare che sociale e popolare non sono che delle parole chiave da incollare ipocritamente a “ecologia” per smarcarsi da ogni solidarietà reale. È l’occasione di entrare in discussione con le basi sindacali, che sono le uniche a essere in grado di far decrescere davvero il nostro modo di produzione, perché hanno il vantaggio, rispetto agli ecologisti, di conoscere i loro strumenti di produzione e sanno come trasformarli. È l’occasione per l’ambientalismo di porre in modo innovativo la questione della vecchiaia, dell’aiuto reciproco, della cura, che sono le condizioni stesse di un mondo abitabile. In breve, l’occasione di avviare un autentico processo rivoluzionario.

Noi, improbabili pensionate del 2060, abbiamo dei genitori e dei nonni, delle vecchie amiche, che il loro lavoro usa e consuma da decenni. Conosciamo la fatica impressa sui loro volti, e sui loro corpi. Si batteranno per non dover più lavorare come schiave: la lotta per la loro pensione è una questione di sopravvivenza e dignità. Noi saremo dunque al loro fianco. Tutte le sorprese di questa riforma sono materia che produrrà un conflitto sociale possente, a meno di fermare il ritmo infermale di riforme una più oscena dell’altra, che non hanno altro obiettivo che di sottometterci a dei lavori assurdi.

Al contrario, dobbiamo liberare le condizioni di un tempo libero di massa, creativo e non devastatore, come quello di un grande numero di attività ecologiche: artigianato, permacultura, occupazione di terreni, ecoedilizia, cantine, associazioni di quartiere, case delle donne, corsi di lingua, trasmissione di saperi, riparazioni… Tutto un tessuto di solidarietà e di aiuto reciproco che sarà necessario per i tempi difficili che arriveranno, e che non avrà niente a che fare con obiettivi di crescita o equilibri di bilancio.

Una visione a lungo termine non deve quindi fermarsi al semplice ritiro della riforma delle pensioni. Non si tornerà più al sistema di protezione sociale del 1945 né a un contesto di crescita economica sostenuta. Bisogna dire addio alle pensioni come le abbiamo conosciute negli ultii 75 anni, quelle della socializzazione delle solidarietà sotto il controllo dello Stato. Ma dire goodbye alle pensioni, non significa accettare una regressione delle solidarietà. Significa rompere con l’idea di una vita di lavoro spesso assurda e debilitante che sarà coronata, alla fine, dalla “pensione”. Significa estendere l’idea di pensione o di sciopero alla vita intera, perché noi dovremo lavorare di meno e prenderci cura gli uni delle altre.

Bisogna seguire la via suggerita dai gilet gialli. Organizziamo delle Assemblee in tutto il paese per discutere del futuro, e prendere noi stessi le misure che servono. Requisiamo le fabbriche, i media, il cibo, le ricchezze e tutti i mezzi che saranno necessari per far durare lo sciopero finché altre forme di solidarietà con la vecchiaia saranno state stabilite, finché le emissioni di gas serra saranno drasticamente diminuite, finché non possiamo garantire alle giovani e ai vecchi un futuro degno di essere vissuto.

1Chi sta facendo la riforma è ben consapevole di questa sfiducia dei giovani. Nel suo editoriale per il dossier stampa del rapporto Delevoye, Agnès Buzyn dichiara: “È sufficiente chiedere a un* giovane in età attiva nel 2019 come immagina la propria pensione. Oscillando tra rassegnazione ironica e pessimismo scettico, la sua risposta non sarà meno chiara: ‘non avrò mai la pensione’. Bisogna dunque ridare fiducia” (p.3). Quello che colpisce è che la riforma Delevoye è proprio il contrario di ciò che bisognerebbe fare per “ridare fiducia”, perché si basa su una visione del mondo morta almeno dai 40 anni che la crisi ecologica è diventata un tema politico. Per leggere il dossier stampa: https://reforme-retraite.gouv.fr/IMG/pdf/dossier_de_presse_def_18_07_2019.pdf 

2Dal programma del Consiglio Nazionale della Resistenza: https://fr.wikisource.org/wiki/Programme_du_Conseil_national_de_la_R%C3%A9sistance.

3Per capire la riforma in sintesi, questo video ‘neutro’ di Brut è breve ed efficace: https://www.youtube.com/watch?v=HN0crZzkGSc

4Il rapporto di Jean-Paul Delevoye che contiene le sue indicazioni al governo per una riforma delle pensioni, pubblicato nel luglio 2019, è disponibile integralmente qui: https://reforme-retraite.gouv.fr/IMG/pdf/retraite_01-09_leger.pdf. Non vi consigliamo di leggerlo, è una pessima lettura.

5Il rapporto Delevoye pretende di rendere il sistema di pensione attuale “meno sensibile” alle variazioni della crescita. Significa che poggia ancora sull’idea che che la nostra economia sarà in crescita almeno fino al 2070, riprendendo “gli scenari attuali del Consiglio di orientamento delle pensioni” la cui “ipotesi di crescita economica a lungo termine è fissata all’1-1,8% verso il 2070”. (p.116). Sul legame tra crescita economica e crisi ecologica, vedere con il giusto distacco critico il video di Jancovici: “CO2 o PIL: bisogna scegliere” https://www.youtube.com/watch?v=h9SuWi_mtCM 

6Vedi il capitolo “Phagocène. Consommer à la planete” in L’événement anthropocène di Bonneuil et Fressoz.

7Leggere l’eccellente fumetto di Emma: https://emmaclit.com/2019/09/23/cest-quand-quon-arrete/  così come il sito del collettivo Nos Retraites https://reformedesretraites.fr/

8Non solo c’è sempre meno lavoro, ma il governo associa alla questione due riforme: da una parte quella delle pensioni, dall’altra quella dell’indennità di disoccupazione. Questa, rendendo più difficili le condizioni di accesso, diminuendo le indennità, instauranto la degressività delle allocazioni, accorciando le durate delle indennizzazioni, ha per vocazione quella di spingere ad accettare un lavoro qualunque sia e per qualunque tempo, senza sicurezza. Questa riforma è particolarmente legata al passaggio di un finanziamento per una cassa che raggruppa sindacati e padronato a un finanziamento per la Contribuzione Sociale Generale, guidata dallo Stato, mentre il sistema unico a punti vantato per la riforma delle pensioni darà ugualmente tutti i poteri allo Stato sulla sua gestione (vedi nel rapporto Delevoye, il capitolo ironicamente intitolato ‘Una governance innovativa’). Dietro queste due riforme apparentemente slegate, operano dunque le stesse logiche, con una ricentralizzazione della guida al livello statale, e dunque la certezza che gli imperativi di economia di bilancio guideranno la gestione del sistema, a scapito di ogni altra logica (solidarietà, dignità). Riforma delle pensioni e riforma dell’indennità di disoccupazione martellano lo stesso discorso: “bisogna lavorare sempre di più e più a lungo”. Non si capisce come si possa “lavorare di più” se non unendo contratti a chiamata con lavori informali (che non parteciperanno dunque al finanziamento delle nostre pensioni).

9Conferenza stampa del primo ministro Edouard Philippe, 12 settembre 2019: https://www.youtube.com/watch?v=HN0crZzkGSc

10La cifra è valida per il Regno Unito in particolare, ma i risultati sono simili per gli altri paesi OCSE. Qui il rapporto: http://autonomy.work/wp-content/uploads/2019/05/The-Ecological-Limits-of-Work-final.pdf e un riassunto in francese: https://www.cnews.fr/monde/2019-05-22/il-faudrait-travailler-seulement-9h-par-semaine-pour-contrer-le-rechauffement.

11Perché un celerino di 34 anni? Perché non si può toccare la pensione di un poliziotto che avrà molto lavoro repressivo da fare nei prossimi anni. Si leggerà con divertimento i passaggi assolutamente comici del rapporto Delevoye sulla polizia e l’esercito, a partire dalla pagina 64, che annunciano le difficoltà che il governo avrà a imporre la sua riforma: “Delle specificità potranno essere conservate per i funzionari che esercitano funzioni sovrane di ordine e sicurezza pubblica […] I poliziotti, i secondini e gli ingegneri di controllo della navigazione aerea potranno quindi andare in pensione a partire dai 52 anni”.

12Il contatore Linky è “un contatore intelligente che permette di pagare solo il consumo elettrico reale” (ndt)

13Il fatto che i sindacati si pongano sullo stesso piano del governo per discutere della gestione economica è sufficiente a spiegare questo strano fatto che entrambi soffrano della stessa sfiducia: “Secondo un sondaggio YouGov per l’Huffington Post, il 60% dei francesi non credono nel governo che ‘inizierà una larga concertazione prima di lanciare la sua riforma generale delle pensioni”. I sindacati sono sulla stessa cifra: il 55% esprime sfiducia nei loro confronti. Contano comunque di farsi sentire, con manifestazioni previste il 13, il 16, il 21 e il 24 settembre” (20 minutes, 5 settempre 2019).

14Si diceva ‘modernizzare’, ma oggi non si osa più! La riforma, secondo il rapporto Delevoye, cerca di migliorare “la capacità di adattamento [del nostro sistema di pensioni] con un obbligo di equilibrio finanziario, per assicurare alle generazioni future che il nostro sistema non sia in bancarotta” (p.5). Un punto sul quale si trova d’accordo con la frangia non rivoluzionaria di chi si oppone alla riforma.

15Si possono immaginare tantissimi modi di occuparsi delle persone anziane che non hanno niente a che fare con una pensione versata da una cassa pensionistica: cura della famiglia, dei vicini, della comunità, società di previdenza, mutue, ospizi, gratuità dei bisogni di base, ecc. È chiaramente più facile prendersi cura le une degli altri quando si ha del tempo libero; ma ovviamente, non ci sarà più la piena occupazione! Vedi, ad esempio, Histoire de la vieillesse en France, 1900-1960. Du vieillard au retraité di Elise Feller per constatare a che punto le forme di cura e di attenzione alle persone anziane si sono evolute rapidamente nella storia, e non sempre in meglio. Ricordiamo che 600 mila persone risiedono attualmente in case di cura in Francia, e che molte persone anziane vivono adesso nella depressione, la solitudine e la dipendenza, se non in una certa miseria economica. Non conta solo la speranza di vita, ma anche la qualità di vita.

16Gli studi basati solo sull’impronta ecologica danno linfa a questo ambientalismo nichilista, perché non prendono in considerazione le variabili sociali (i pensionati ‘inquinano’ di più.. perché sono più soli; i pensionati più ricchi inquinano più di quelli meno ricchi, e come in tutte le classi di età, è il livello di ricchezza il fattore più determinante) e le gerarchie economiche (chi possiede i mezzi di produzione? Chi decide i grandi orientamenti della nostra economia? Chi impone un mondo a energia fossile?)…