Pandemia, vaccino, pass sanitario: per una posizione rivoluzionaria

Ho tradotto questa posizione di ActaZone perché mi è sembrata molto chiara e condivisibile sulla questione politica del “pass sanitario” o, come lo chiamiamo in Italia, il Green Pass. Mi sembra che il punto principale – non lasciarsi catturare dalla polarizzazione forzata sul vaccino – sia di estrema importanza. Questo scritto nasce naturalmente nel contesto francese ma credo che i riferimenti alla realtà locale non siano difficili da capire anche per chi non conosce la realtà francese.

Articolo originale qui: https://acta.zone/pandemie-vaccin-pass-sanitaire-pour-une-position-revolutionnaire/

È davvero difficile riuscire ad adottare una posizione politica chiara di fronte a un dibattito così tanto polarizzato, ridotto spesso a un mero conflitto tra “pro” e “anti” vax. Da una parte, si sta diffondendo un grande malcontento contro il pass sanitario e l’obbligo implicito alla vaccinazione, il che ha portato migliaia di persone in piazza in tutta la Francia. Dall’altro, la sinistra radicale ha preso le distanze da queste mobilitazioni, con la motivazione – incontestabile – che una parte dell’estrema destra sia all’avanguardia di queste mobilitazioni, o anche che ci sia una confusione tendenzialmente negazionista, espressa attraverso discorsi e simboli come le analogie con la Shoah o l’apartheid.

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BDSM Apocalypse

Ho deciso di tradurre questo testo di Romain Noël perché mi sono ritrovato molto nel modo in cui è stato disteso. La sensazione che mi ha dato è quella di avere ascoltato il discorso di un amico, particolarmente ispirato alla fine di una festa, quando si finisce di bere quello che c’è e le menti sono un po’ vacue ma molto ricettive. La traduzione è stata un’esperienza bella, perché ho discusso con l’autore stesso alcuni passaggi e ho conosciuto meglio una persona che, già dal testo, mi sembrava quasi familiare; per me che leggo sempre velocemente, soffermarmi sui passaggi e le sfumature di un testo così ibrido è stato entusiasmante. Ringrazio tantissimo Romain Noël e come sempre Lundi Matin per le perle settimanali che ci regala, e per la disponibilità e l’amichevolezza con la quale rispondono alle mie traduzioni.

Qui il testo originale: https://lundi.am/BDSM-Apocalypse

Questo testo molto bello parla della nostra epoca, ovvero del triste antropocene, della fine di un mondo e della necessaria liquidazione dell’umano. Ci narra di una guerra affettiva, di un arte delle lacrime e del desiderio ardente di rendere le nostre malinconie dei portali aperti su mondi nuovi. Partendo dalla constatazione che i Lumi sono stati prima di tutto un progetto anti-affettivo, Romain Noël propone di ritornare alle ombre. Di affetto in affetto, il soggetto umano si oscura e si trasforma. Il futuro è nelle nostre mani: una storia da scrivere, una promessa da mantenere, una lotta da condurre, appassionatamente.

a Nadir, che mi ha saputo leggere quando non sapevo più scrivere

e a Loup, che mi ha parlato delle stelle1

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Queering the Dancefloor: tempo, spazio e corpi in discoteca

Torniamo con un’altra traduzione, sempre a proposito della Disco. In questo caso, l’autore parte da un punto di vista situato negli Stati Uniti, in un saggio che copre tantissimi aspetti della cultura Disco, riflettendo sul modo in cui la Disco era concretamente vissuta. Quello che è più interessante, dal mio punto di vista, è l’accento sulla dimensione orizzontale di questo fenomeno, il fatto che sia basato fortemente sulla relazione tra le persone. Nella pista da ballo le persone non si rapportano in quanto coppie o potenziali coppie, ma come individui che, tuttavia, non sono a(u)tomizzati ma in costante relazione di comunità. La direzione verticale che caratterizza la musica europea (la gerarchia che vede in cima la sacralità dell’opera, poi la genialità e capacità tecnica dell’artista, e in fondo il pubblico, il cui ruolo è solo quello di assistere con devozione) viene sovvertita in una scena dove tutti gli elementi – la musica, la figura del o della DJ, le persone sulla pista da ballo – sono tutti fondamentali. Una delle caratteristiche fondamentali della musica afroamericana è l’importanza data alla performance piuttosto che alla perfezione assoluta dell’esecuzione: questo deriva sia dalla filosofia africana importata dalle persone schiavizzate nel continente americano, sia dalla reazione di queste alle condizioni materiali di sfruttamento e disumanizzazione alle quali venivano sottoposte.

La risignificazione degli spazi, dei tempi, degli strumenti musicali, della fisicità stessa del/la musicista e della persona che riceve la musica, sono parte della cultura afroamericana e che ritroviamo anche nelle culture che da essa derivano e nelle quali il “discorso” del blues e del jazz continua nelle sue varie forme.

Il titolo originale del saggio di Tim Lawrence è “Disco and the Queering of the Dancefloor”, e si può trovare sul suo sito ufficiale qui: https://www.timlawrence.info/articles2/2013/7/16/disco-and-the-queering-of-the-dance-floor-in-queer-adventures-in-cultural-studies-a-special-issue-guest-edited-by-angela-mcrobbie-cultural-studies-25-2-2011-230-243

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In difesa della Disco Music

 

Paradise Garage

Una serata al Paradise Garage, storico tempio della House Music (quando ancora non si chiamava così) – foto di Bill Bernstein

Richard Dyer è un critico inglese che si è sempre occupato del rapporto tra industria di intrattenimento e razza, genere e sessualità. Militante gay e socialista, pubblica questo articolo sulla rivista londinese Gay Left nel 1979, lo stesso anno in cui, sull’altra sponda dell’Atlantico, il dj Steve Dahl inventa la Disco Demolition Night, invitando la gente a bruciare pubblicamente i vinili di disco music. Si tratta di un momento storico particolare: mentre da un lato il rock si riscopre ringiovanito dall’attitudine punk – specie quello statunitense – dall’altra parte gli anni ‘70 rappresentano il culmine della cultura artistica afroamericana, specialmente in ambito musicale. La disco, nata come spesso accade nell’incontro tra la sperimentazione “alta” e la creatività dei margini, entra prepotentemente nell’immaginario collettivo, anche grazie a La febbre del sabato sera – film che, tuttavia, è emblematico dell’appropriazione bianca ed eterosessuale della disco (questo è il tema di un altro saggio, Disco and the queering of the dancefloor, che magari tradurrò in futuro).

Amanti del rock, del punk e del country si ritrovano nella Disco Demolition Night per sfogare il proprio astio verso questa cultura così insopportabilmente diversa da loro. Alcuni dei partecipanti diranno che non c’era alcun intento odio razziale o eterosessista, ma è difficile non scorgere in questo pubblico linciaggio una furia quantomeno normalizzatrice. L’odio verso la Disco non si discosta molto dai pregiudizi intorno al jazz e, in generale, alla musica di matrice africana, nella quale la preminenza del ritmo viene collegata alla fisicità erotica tanto odiata dalla cultura bianca.

In questo saggio Dyer parte dalla propria posizione personale di amante della musica da ballare a discapito di quella considerata intellettuale. Nella sua riflessione Dyer trasforma questo “disagio” in un discorso politico, nel quale affronta la questione (ancora oggi molto in voga) della musica “commerciale” e “stupida”, rivendicandone poi invece gli aspetti positivi e potenzialmente ribelli.

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Per il colonizzato, la vita non può nascere che dal cadavere in decomposizione del colono

Se presentassi questo articolo come una disamina della “mentalità razzista nel movimento ecologista” sarei sicuramente riduttivo e fuorviante. In questo lungo saggio/pamphlet si parla, più esattamente, di come il pensiero ecologista – quello bianco e occidentale, si intende – possa essere, di fatto, veicolo di colonialismo attraverso i suoi concetti e le sue pratiche.
Tra i tantissimi spunti presenti, la chiave per comprendere questo scritto è stata, per me, soprattutto la critica al concetto di wilderness.Con questo si intende l’idea di una natura intatta, pura, appunto selvaggia: il concetto nasce nel contesto dell’invasione bianca dell’America del Nord – quella che noi chiamiamo “la conquista del West”. Per fare un esempio concreto: il primo parco naturale della storia, quello di Yellowstone, viene creato nel 1872, proprio accanto agli stermini e agli sfollamenti delle Prime Nazioni (in questo caso, le Shoshone, Niitsitapi e Apsaalooke), e all’avanzare del degrado industriale e dell’accaparramento di terre.
Questa sua contestualizzazione storica mostra come la wilderness, lungi dall’essere un concetto neutro o tanto meno positivo, abbia avuto la funzione di estirpare la presenza umana dai territori rendendo possibile, allo stesso tempo, la separazione concettuale di cultura e natura, cioè di umano e non-umano. In altre parole, il concetto di natura incontaminata e selvaggia nasce da una falsità, quella che non riconosce il ruolo dell’azione umana in alcuni luoghi come, ad esempio, foreste a torto considerate “vergini”. In questo modo, lo sguardo coloniale separa radicalmente l’umano dal non-umano, rendendo quest’ultimo – la natura – nient’altro che il piacevole sfondo del progresso umano. Il pensiero colonialista propone quindi l’idea di una natura morta, inerte, la cui unica relazione possibile con l’umano è quella di essere guardata, razionalizzata e preservata o rinchiusa nel suo mito virginale.
Questa mentalità coinvolge anche i movimenti ecologisti bianchi. Fin dall’inizio, l’idea della conservazione della natura è nata nel contesto della colonizzazione, sistemando accanto al mito della natura virginale quella delle popolazioni autoctone selvagge e, per questo, incapaci di gestire al meglio le risorse naturali. Dalla missione civilizzatrice dell’occidente alle pratiche odierne di accaparramento e sfruttamento turistico delle “terre di nessuno”, nei sud come nelle periferie del nord del mondo, questo ecologismo è stato ed è strumento di conquista coloniale.
Come scritto nell’introduzione originale all’articolo, lo strumento dell’analisi decoloniale consente di “mettere in discussione alcune certezze (in questo caso, la fascinazione occidentale per la natura vergine e selvaggia oppure lo sviluppo sostenibile) e di misurare i discorsi e le pratiche (in questo caso ecologiste) rispetto alle realtà che pretendono di trasformare.”
Quello che questo articolo racconta è infine la necessità di rifiutare l’assoluto e accogliere la relazione come modalità di analisi e di lotta. Secondo gli autori, per esempio, le pratiche di lotta dei Gilet Jaunes, in particolare l’occupazione delle rotonde, sono molto più idonee a ottenere risultati pratici perché legano le persone tra loro e al territorio nel quale vivono, interrompendo al tempo stesso il flusso incessante delle merci. Piuttosto che continuare nell’astrazione delle lotte attraverso gesti simbolici, che consentono allo Stato e al capitale di espandere il proprio raggio d’azione mortifero, è necessario ripensare nel complesso il proprio rapporto con quello che ci circonda: “dobbiamo produrre nuove relazioni con le entità viventi e quelle minerali, per alimentarci e affermare la nostra autonomia non solo in una campagna immaginaria, ma soprattutto nei cumuli di cemento che chiamiamo case o città: dobbiamo strapparle alla loro funzione di ghetti nei quali l’unimondo ci rinchiude.”
articolo pubblicato originariamente da lundi.am qui: https://lundi.am/La-vie-ne-peut-surgir-que-du-cadavre-en-decomposition-du-colon
il titolo è una citazione da Frantz Fanon

Un missile all’interno del poligono militare interforze del Salto di Quirra (Sardegna)

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“D’ora in poi ci alziamo e ce ne andiamo” di Virginie Despentes

(articolo originale qui)

Voglio cominciare così: state tranquilli, potenti, boss, grandi capi: fa male. Per bene che lo sappiamo, che vi conosciamo, che abbiamo preso decine di volte il vostro potere di traverso in faccia, fa sempre comunque male. Tutto questo fine settimana a sentirvi gemere e piagnucolare, lamentarvi che vi costringiamo a passare le vostre leggi a colpi di decreto d’urgenza e che non vi lasciamo celebrare Polanski in santa pace e che vi si guasta la festa ma dietro le vostre geremiadi, non illudetevi: lo sentiamo come godete di essere i veri padroni, i grandi capoccia, e il messaggio arriva in pieno: questa nozione di consenso, voi non volete proprio farla passare. Cosa ci sarebbe di bello nell’appartenere al clan dei potenti se si dovesse tenere conto del consenso dei dominati? E non sono sicuramente la sola ad avere voglia di gridare di rabbia e di impotenza dopo la vostra bella dimostrazione di forza, sicuramente non la sola a sentirmi sporcata dallo spettacolo della vostra orgia di impunità.

Non c’è nessuna sorpresa nel fatto che l’accademia dei césars consideri Roman Polanski il miglior regista del 2020. È grottesco, è offensivo, è ignobile, ma non è sorprendente. Quando tu affidi un budget di più di 25 milioni a un tizio per fare un telefilm, il messaggio sta nel budget. Se la lotta contro la crescita dell’antisemitismo interessasse il cinema francese, si vedrebbe. Al contrario, la voce degli oppressi che si assumono il racconto del loro stesso calvario, abbiamo capito che vi irrita. Perciò, quando avete sentito parlare di questo sottile paragone tra il problema di un cineasta maltrattato da un centinaio di femministe davanti a tre sale di cinema e Dreyfus, vittima dell’antisemitismo francese alla fine del secolo scorso, ci siete saltati dentro con tutto il corpo. Venticinque milioni per questo parallelo. Superbe. Applaudiamo gli investitori, perché per mettere insieme una cifra simile è servito che tutti partecipassero al gioco: Gaumont Distribuzione, i crediti d’imposta, France 2, France 3, OCS, Canal +, la RAI… la mano nel portafoglio, e generosa, per una volta. Serrate i ranghi, vi difendete gli uni con gli altri. I più potenti vogliono difendere le loro prerogative: fa parte della vostra eleganza, lo stupro stesso è ciò che fonda il vostro stile. La legge vi copre, i tribunali sono il vostro dominio, i media vi appartengono. Ed è esattamente a questo che serve, la potenza delle vostre grandi fortune: avere il controllo dei corpi dichiarati subalterni. I corpi che tacciono, che non raccontano la storia dal loro punto di vista. Il tempo è arrivato per i più ricchi di far passare questo bel messaggio: il rispetto che gli è dovuto deve arrivare fino ai loro cazzi sporchi del sangue e della merda dei bambini che stuprano. Che sia all’Assemblea Nazionale o nella cultura – non più nascondersi, non più fingere imbarazzo. Voi esigete il rispetto totale e costante. Vale per lo stupro, vale per gli abusi della vostra polizia, vale per i césar, vale per la vostra riforma delle pensioni. È la vostra politica: esigere il silenzio delle vittime. Fa parte del dominio, e se serve farcelo capire con il terrore non vedete dove sia il problema. Il vostro piacere malato, prima di tutto. E non volete intorno a voi che i valletti più docili. Non c’è niente di sorprendente che abbiate incoronato Polanski: sono sempre i soldi che si celebrano, nelle cerimonie, e del cinema chi se ne fotte. Del pubblico chi se ne fotte. È la vostra propria potenza di fuoco monetario che venite ad adulare. È il grosso budget che avete offerto come sostegno che salutate – attraverso di esso, è il vostro potere che dobbiamo rispettare.

Sarebbe inutile e fuori posto, commentando questa cerimonia, separare i corpi degli uomini cis da quelli delle donne cis. Non vedo nessuna differenza di comportamento. È chiaro che i grandi premi continuano a essere esclusivamente il dominio degli uomini, perché il messaggio di fondo è: niente deve cambiare. Le cose vanno bene così come sono. Quando Foresti si permette di lasciare la festa e di dichiararsi “nauseata”, non lo fa in quanto donna – lo fa come individuo che si assume il rischio di porsi contro la sua stessa professione. Lo fa in quanto invididuo che non si è interamente asservito all’industria cinematografica, perché sa che il vostro potere non arriverà a svuotare le sue sale. È la sola a osare scherzare sull’elefante nella stanza, tutti gli altri faranno finta di niente. Neanche una parola su Polanski, neanche una parola su Adèle Haenel. Si cena tutti insieme, in quella stanza, si conoscono le parole d’ordine: è da mesi che vi infastidite perché una parte del pubblico si fa sentire ed è da mesi che soffrite perché Adèle Haenel ha preso parola per raccontare la sua storia di bambina attrice, dal suo punto di vista.

Allora tutti i corpi seduti quella sera nella sala sono convocati con un solo scopo: confermare il potere assoluto dei potenti. E i potenti amano gli stupratori. In fondo, quelli che gli somigliano, quelli che sono potenti. Non li amano malgrado siano stupratori e perché hanno talento. Gli si riconosce del talento e dello stile perché sono degli stupratori. Li amano per questo. Per il coraggio che hanno nel rivendicare la morbosità del loro piacere, la loro pulsione molle e sistematica di distruzione dell’altro, di distruzione, in verità, di tutto ciò che toccano. Il vostro piacere risiede nella predazione, è la vostra sola comprensione dello stile. Sapete bene quello che fate quando difendete Polanski: esigete che vi si ammiri fin nella vostra delinquenza. È questa esigenza che fa sì che nella cerimonia tutti i corpi siano sottomessi a una stessa legge di silenzio. Si accusa il politicamente corretto e i social media, come se questa omertà sia nata ieri e sia colpa delle femministe ma è da decenni che si presenta così: durante le cerimonie del cinema francese, non si scherza mai con la suscettibilità dei padroni. Allora tutti tacciono, tutti sorridono. Se lo stupratore di bambini fosse il bidello non ci sarebbe limite: polizia, prigione, dichiarazioni roboanti, difesa della vittima e condanna generale Ma se lo stupratore è un potente: rispetto e solidarietà. Mai parlare in pubblico di ciò che succede durante i casting né durante i preparativi né delle riprese né durante la promozione. Si racconta, si sa. Tutti sanno. È sempre la legge del silenzio che prevale. È per il rispetto di questa consegna che si seleziona il personale.

E per quanto si sappia tutto questo da anni, la verità è che siamo sempre sorpresi dalla tracotanza del potere. È questo che è bello, alla fine, è questo che funziona sempre, le vostre schifezze. Resta umilante vedere i partecipanti succedersi dal palco, che sia per annunciare o per ricevere un premio. Ci si identifica forzatamente – non solo io che faccio parte di questo serraglio ma chiunque guardando la cerimonia, si identifica e viene umiliato per procura. Così tanto silenzio, così tanta sottomissione, così tanta sollecitudine nella servitù. Ci si riconosce. Si ha voglia di crepare. Perché quando il rito finisce, sappiamo che tutti lavoriamo in questa merda. Siamo umiliati di rimando quando li guardiamo tacere benché tutti sappiano che se “Ritratto di una giovane in fiamme” non riceve nessun premio, è solamente perché Adèle Haenel ha parlato e si tratta di far capire bene alle vittime che potrebbero avere voglia di raccontare la loro storia che farebbero bene a riflettere prima di rompere la legge del silenzio. Umiliate di rimando perché avete osato convocare due registe che non hanno mai ricevuto e forse non riceveranno mai il premio della miglior regia per darlo al cazzo di Roman Polanski. Proprio lui. Dritto in faccia a noi. Non avete davvero vergogna di nulla. Venticinque milioni, cioè quattordici volte il budget dei “Miserabili”, e questo tizio e il suo cazzo di film non sono nemmeno tra i 5 film più visti dell’anno. E voi lo ricompensate. E sapete bene quello che state facendo – che l’umiliazione subita da tutta una parte del pubblico che ha ben compreso il messaggio si estenderà fino al premio dopo, quello dei “Miserabili”, quando convocate sulla scena i corpi più vulnerabili della sala, quelli che sappiamo rischiare la loro pelle al più banale controllo di polizia, e se non ci sono donne tra loro, sappiamo bene che è fatto con intenzione e sappiamo che loro sanno quanto l’impunità dello stupratore celebre sia legata in quella serata alla situazione del quartiere in cui vivono. Le registe che aggiudicano il premio della vostra impunità, i registi il cui premio è macchiato dalla vostra ignominia – stessa lotta. Gli uni e le altre sanno che in quanto lavoratori dell’industria del cinema, se vogliono diventare qualcuno un giorno, devono tacere. Né una battuta, né un accenno. Questo, è lo spettacolo dei césar. E il caso ha voluto che il messaggio passi anche su tutti i fronti: tre mesi di sciopero generale contro una riforma delle pensioni che non vogliamo e che voi farete passare a forza. È lo stesso messaggio che viene dagli stessi ambienti indirizzato allo stesso popolo: “la tua bocca, devi chiuderla, il tuo consenso te lo infili nel culo, e sorridi quando mi incontri perché io sono potente, perché io ho i soldi, perché il capo sono io”.

Quindi quando Adèle Haenel si è alzata, è stato il sacrilegio. Una dipendente recidiva, che non si sforza di sorridere quando viene avvilita in pubblico, che non si sforza ad applaudire lo spettacolo della sua stessa umiliazione. Adèle si alza come si è già alzata per dire ecco come la vedo la vostra storia del regista e della sua attrice adolescente, ecco come l’ho vissuta, ecco come la porto, ecco come mi è rimasta addosso. Perché potete girarla come volete, la vostra idiozia della separazione tra l’uomo e l’artista – tutte le vittime di stupro di artisti sanno che non c’è nessuna divisione miracolosa tra il corpo violentato e il corpo creatore. Ci portiamo appresso quello che siamo ed è tutto. Venite a spiegarmi come mi dovrei sentire a lasciare la ragazza violentata fuori dalla porta del mio ufficio prima di mettermi a scrivere, banda di buffoni.

Adèle si alza e se ne va. Quella sera del 28 febbraio non abbiamo imparato niente che non sapessimo sulla bella industria del cinema francese ma in compenso abbiamo imparato come si porta, il vestito da sera. Come una guerriera. Come si cammina sui tacchi alti: come se si andasse a demolire tutto l’edificio, come si cammina a schiena dritta e la nuca rigida di collera e le spalle aperte. La più bella immagine in quarantecinque anni di cerimonia – Adèle Haenel quando scende le scale per uscire e vi applaude e da adesso sappiamo come funziona, quando qualcuno se ne va e vi smerda. L’ottanta per cento della mia biblioteca femminista non vale questa immagine. Questa lezione. Adèle io non so se sia lo sguardo maschile o lo sguardo femminile ma io ti guardo1 innamorata in loop sul mio telefono per questa uscita. Il tuo corpo, i tuoi occhi, la tua schiena, la tua voce, i tuoi gesti dicevano tutto: sì noi siamo le povere stronze, siamo le umiliate, sì dobbiamo solo chiudere la bocca e ingoiare i vostri colpi, voi siete i boss, voi avete il potere e l’arroganza che lo accompagna ma noi non staremo zitte senza dire niente. Non avrete il nostro rispetto. Ce ne andiamo. Fate le vostre cagate tra di voi. Celebratevi, umiliatevi gli uni con le altre, uccidete, stuprate, sfruttate, sfondate tutto quello che vi passa per le mani. Noi ci alziamo e ce ne andiamo. Probabilmente è un’immagine che annuncia i giorni a venire. La differenza non sta tra gli uomini e le donne, ma tra i dominati e i dominanti, tra chi vuole requisire la narrazione e imporre le sue decisioni e chi si alzerà e se ne andrà urlando la sua rabbia. È la sola risposta possibile alle vostre politiche. Quando non va, quando va troppo oltre; ci alziamo ce ne andiamo e urliamo e vi insultiamo e anche se siamo sotto, anche se il vostro potere di merda lo prendiamo in faccia, vi disprezziamo vi vomitiamo. Non abbiamo nessun rispetto per la vostra farsa di rispettabilità. Il vostro mondo è disgustoso. Il vostro amore per il più forte è malato. La vostra potenza è una potenza sinistra. Siete una banda di macabri imbecilli. Il mondo che avete creato per regnare come dei miserabili è irrespirabile. Noi ci alziamo e ce ne andiamo. È finita. Ci alziamo. Ce ne andiamo. Urliamo. Vi smerdiamo.

1In francese l’autrice usa le espressioni male gaze e female gaze, che nella critica cinematografica indicano lo sguardo maschile o femminile della regia, e infine love gaze verso Haenel: un gioco di parole difficile da tradurre.

Le femministe non sono responsabili dell’educazione degli uomini

di Cecilia Winterfox

Sono una femminista rumorosa, con molti, amabili e intelligenti amici maschi, e mi imbatto spesso nella loro indignazione quando scelgo di non confrontarmi con loro sul femminismo. Oh, certo, se ci tenessi davvero a cambiare la nostra cultura di discriminazione e ineguaglianza, dovrei provare a cambiare gli uomini! Non è questo il lavoro di un’attivista? Le femministe non dovrebbero essere grate quando gli uomini ci rimbalzano le domande, perché mostrano di stare almeno provando a capire?

Veniamo estenuate e sviate dall’aspettativa che dobbiamo essere noi a dover spiegare cose basilari a uomini che non si sono mai scomodati a pensare al loro privilegio. Gli uomini non hanno il diritto di aspettarsi che siano le femministe a educarli. Il vero cambiamento arriverà quando gli uomini accetteranno che l’onere dell’educazione è su di loro, non sulle donne.

by Tatsuya Ishida

Poco tempo fa, ho gentilmente rifiutato di discutere con un amico: rimasto perplesso, ha insistito mandandomi alcuni consigli ben intenzionati sul come sarei potuta essere una femminista più efficace. Non avendo mai pensato molto al femminismo prima, disse, proprio non trovava i miei post sui social interessanti. Troppo urlati e accademici. Ciò di cui avevo bisogno era di spiegare le cose in un modo invitante per gli uomini.

Considerando sé stesso come il genere di tizio che ‘potrebbe essere parte della soluzione’, mi mandò opportunamente un link a un TEDtalk di 12 minuti che conteneva, parole sue, “un semplice test sì/no” per la misoginia insieme a delle proposte di azioni per risolvere il problema. Con notevole presunzione mi suggerì, per la prossima volta che mi venisse chiesto di educare un uomo sinceramente interessato a sapere di più sul femminismo, di mandare questo agile audiomessaggio che aveva appena trovato per me.

È impressionante che al 50% della popolazione venga così regolarmente richiesta una strategia di marketing per liberarsi dallo svantaggio strutturale e la violenza sistemica.

Ecco quale è il problema nel vedersi accollare il ruolo di tenere la manina di ogni singolo uomo, mentre scopre la possibilità che, nonostante il suo considerarsi buono e di oneste intenzioni, sia il beneficiario della oppressione strutturale verso le donne: fa veramente male. Il patriarcato colpisce le donne ogni giorno. Ma per quanto sia traumatico discutere la cultura dello stupro, per esempio, viviamo nella speranza che mostrando agli uomini quanto faccia male loro cominceranno a capire e diventeranno nostri alleati. Quando gli uomini sembrano interessarsi al discorso femminista, entra in azione questa speranza. Ma mentre loro possono giocare all’avvocato del diavolo, snocciolare ipotesi totalmente disconnesse dalla loro realtà e poi chiamarsene fuori alla fine, per le donne queste discussioni richiedono di esporsi ed essere vulnerabili; sono la condivisione della nostra concreta esperienza vissuta.

L’argomento più comune è: Se Non Mi Educhi Come Posso Imparare. Funziona così. Il sedicente Bravo Ragazzo si inserisce nella discussione con un sincero appello alle femministe perché si confrontino con le sue opinioni personali. Dopo aver superato a fatica il suo pungente disagio per l’atteggiamento acido, risentito e aggressivo delle femministe (ma non senza aver sottolineato questo suo sacrificio) Bravo Ragazzo è sconvolto dal fatto che le sue teorie non vengano discusse immediatamente e in maniera ragionevole e non arrabbiata. Nonostante le centinaia di risorse sull’argomento che potrebbe, come tutte noi, andarsi a leggere, Bravo Ragazzo si aspetta che le donne smettano di fare quello che stanno facendo, e condividano con lui le loro esperienze di oppressione e rispondano alle sue domande. Ironicamente, Bravo Ragazzo non si rende conto che chiedendo alle donne di usare le loro forze per gratificare immediatamente i suoi capricci, sta rinforzando le dinamiche di potere che dice di voler capire.

È ovvio che non c’è niente di male nell’avere delle semplici domande sul femminismo. Decifrare qualcosa di così complesso e insidioso come il patriarcato, in particolare quando richiede un’analisi del proprio stesso privilegio, non è facile. Ma diventa problematico quando sei così convinto che le tue domande siano COSÌ TANTO IMPORTANTI che fai di tutto per inserirti e deviare le discussioni tra femministe perché siano ascoltate.

Prendo in prestito l’analogia di un’altra donna:

“È come se entrassi nell’aula di un seminario di dottorato di matematica, urlando “Ehi, come potete usare numeri immaginari se non sono nemmeno reali?”. E ses qualcuna distrattamente ti indicasse un libro del primo anno, lo sfogliassi senza leggere per un paio di secondi e dicessi “non sono d’accordo con alcune di queste definizioni — e comunque non mi avete risposto. Nessuna vuole discutere con me?!!”

Questa incredulità è solitamente accompagnata da una sonora sgridata per essere state sarcastiche, irragionevoli, illogiche, ingrate e acide. Ora, come donna cresciuta sotto il patriarcato sono stata educata a reagire all’approvazione e alla stima degli uomini. Avendo sofferto le conseguenze della disapprovazione degli uomini, il conflitto è contro-intuitivo per me. È allettante l’idea di cedere al desiderio di essere riconosciute come femminista “buona” che prende del tempo per spiegare le cose in modo educato, divertente, brillante. Ma, colpo di scena!: il femminismo educato non solo non funziona, è veramente controproducente.

Spendere tempo ed energie a nutrire gli uomini nel loro viaggio di auto-scoperta non è solo incredibilmente inutile, ma serve proprio a rinforzare le dinamiche di potere esistenti e ci distrae dall’unirci come donne e portare avanti il vero cambiamento.

Il mio consiglio agli uomini che davvero voglio conoscere il femminismo è questo: leggete e ascoltare le voci delle donne quando spiegano cos’è la misoginia e come funziona. Non chiedete alle donne di trovare risorse per voi; seriamente, iscrivetevi alla biblioteca, o abbonatevi a internet. Non interrompete per controbattere o sviare usando esempi singoli di donne in posizioni di potere o citando situazioni che vi sembrano “sessismo inverso” (ecco una dritta: la “misandria” non esiste).

Parafrasando Audre Lorde:

“Quando ci si aspetta che le persone di colore mostrino ai bianchi la propria umanità, che le donne educhino gli uomini, che le lesbiche e i gay educhino il mondo eterosessuale, gli oppressori mantengono la loro posizione e fuggono dalla responsabilità per le loro azioni”.

Se fai parte di un gruppo che ha i vantaggi strutturali di stipendi, sicurezza, salute ed educazione — quando hai praticamente vinto la lotteria della vita solo essendo nato — è tua responsabilità educare te stesso. E davvero, non dire alle donne di essere gentili. Siamo arrabbiate. Ne abbiamo tutte le ragioni. Sinceramente, dovresti esserlo anche tu.

(traduzione mia — tratto dalla raccolta “No nacemos machos — Cinco ensayos sobre la masculinidad”, liberamente scaricabile qui https://edicioneslasocial.files.wordpress.com/2017/03/masculinidades-web.pdf)

Goodbye Pensioni

Goodbye Pensioni – la questione delle pensioni da un punto di vista ecologista

(scritto da Désobéissance Ecolo Paris e pubblicato su LundiMatin – seguite e sostenete)

La riforma delle pensioni vi dice: “dovrete lavorare più a lungo”. Quanto è assurdo, mentre gli accordi sul clima chiedono di ridurre drasticamente la produzione e dunque il tempo di lavoro? Ecco quindi un testo ecologista che propone piuttosto di estendere la pensione a tutto il resto della vita.

Nel 1995, quando la riforma Juppé venne respinta da uno sciopero generale, potevamo credere a un futuro sostenibile. Nel 2019, abbiamo la certezza che saremo nella merda. Il mondo è in ebollizione, tra disastro ecologico e insurrezioni generalizzate. Ci sembra difficile che un sistema pensionistico del 1945, che poggia sulla crescita economica e demografica, abbia qualche possibilità di funzionare negli anni a venire.

Bisogna uscire al più presto dal dibattito economico sulla durata del lavoro (destra) e l’aumento dei contributi (sinistra) per porre la questione ecologica della cura e dell’attenzione alla vecchiaia. Prima di tutto, non ci si occuperà mai al meglio delle nostre persone anziane se non liberiamo del tempo libero. E non libereremo il tempo libero senza sciopero, occupazioni, e trasformazioni profonde delle nostre condizioni di vita. Questo è l’obiettivo di questo testo di Désobéissance Ecolo Paris.

Ho orrore del tempo perso a portare un fardello

Prima di raggiungere quel famoso riposo che mi sarà concesso

[Casey, “Rêves illimités”]

NON CI SARÀ NESSUNA PENSIONE

Cosa pensare dell’idea stessa di “pensione”, quando ci viene ricordato ogni giorno che il mondo in cui viviamo sta crollando? Chi può pretendere oggi di guardare più in là di dieci anni, quando ogni rapporto dell’IPCC, ogni allerta degli scienziati, ogni notizia di incendi, di siccità, di inondazione o di insurrezione legata al prezzo del carburante ci annuncia anni difficili e rovesciamenti sociali ancora più frequenti?

Tutte le promesse di pensione cozzano con lo scetticismo di noi giovani1. Per la nostra generazione, una certezza è che la pensione non arriverà mai. Perché questo mondo non ci permetterà mai di andare in pensione. Basta vedere il Cile, l’Iran, Hong Kong, l’Algeria o la Francia nel dicembre 2018 per convincersene. La fine del mondo è forse più facile da immaginare che la fine del capitalismo, ma il capitalismo si disfa a vista d’occhio, e insieme a lui, la promessa di una vecchiaia in pensione.

La storia che ci è sempre stata raccontata sulle pensioni comincia dopo la seconda guerra mondiale, con l’instaurazione di “una pensione che permetta ai vecchi lavoratori di finire degnamente i loro giorni”2. Durante i “Trenta Gloriosi” (ndt: in Italia, il boom economico), la crescita economica e una demografia sostenuta assicurano ai pensionati una remunerazione vicina al loro stipendio in attività. Ma, a partire dal 1991, patatrac! Il “Libro bianco sulle pensioni” di Michel Rocard grida alla degradazione dell’equilibrio finanziario del sistema pensionistico, in un contesto dove la crescita rallenta fortemente, e la popolazione invecchia.

A partire da là, finisce il discorso sulla solidarietà con le persone anziane: si parla solo di diminuire il peso delle pensioni sul PIL. Ciò che chiamiamo ipocritamente “riforma delle pensioni” non è che una leva tra le altre per fare delle economie di bilancio, allo scopo di compensare il rallentamento della crescita. Come si fa su tutto ciò che è poco redditizio e costa caro, soprattutto quando ci si integra (poco) il fattore umano. Così la scuola, gli ospedali, i trasporti pubblici, l’agricoltura e, ovviamente, l’ecologia.

Ma c’è un qualcosa in più in questa riforma delle pensioni3: è il niente sulla questione ecologica. Il rapporto4 di Jean-Paul Delevoye, alto commissario alla riforma delle pensioni, evita con cura di parlarne, nonostante le persone anziane, per esempio, siano le più vulnerabili alle ondate di calore.

Se i dettagli della riforma Delevoye non sono ancora stabiliti, si sa già abbastanza per comprendere che questa riforma, come tutte le altre, è in contraddizione assoluta con le evidenze ecologiche. Non tanto nel suo contenuto, quanto nei suoi presupposti. Il rapporto Delevoye si fonda su previsioni di crescita economica di almeno 1% l’anno (p.116): questo significa la nostra morte ecologica5. Perché chi parla di crescita parla di produzione crescente di gas serra, estrattivismo, deforestazione, e devastazione degli ecosistemi6.

Ma se non c’è più crescita, meno denaro sarà prodotto e redistribuito. Allora, è assolutamente evidente che il sistema di Delevoye non sarà sufficiente a garantire il minimo vitale. Cercando in tutti i modi di evitare il ‘fallimento’ economico del sistema pensionistico francese (p.5), la riforma Delevoye non vede che il suo fallimento politico ed ecologico è scritto. La conclusione è semplice: o si rivedono radicalmente le basi della condivisione tra le generazioni, oppure si continua a correre verso il suicidio collettivo.

Nei punti essenziali, la critica delle misure predicate da Delevoye è già stata fatta e non ci torneremo7; basta leggere l’eccellente fumetto di Emma. La modifica della “età a tasso pieno” e il passaggio a una “pensione per punti” incita nel complesso le persone a lavorare più a lungo. Dunque a vedere la loro pensione ridursi drasticamente, poiché c’è tendenzialmente sempre meno lavoro8 (robotizzazione, automatizzazione, delocalizzazione, soppressione degli impieghi pubblici, che aumentano la disoccupazione strutturale in Europa). Gli impieghi rimasti sono sempre più precari, e i senior hanno maggiore difficoltà a trovarne.

E poi, che senso potrebbe avere lavorare di più, quando i ricavi di produttività ottenuti dopo due secoli avrebbero dovuto già liberarci dal lavoro? Si noterà l’assurdità nello spingere ancora le persone a “lavorare più a lungo” (Eduard Philippe9) quando tutti i rapporti scientifici indicano che si dovrebbe al contrario diminuire la produzione e lavorare di meno per preservare i nostri livelli di vita. Un rapporto del think tank Autonomy indica recentemente che “al ritmo attuale delle emissioni di carbone” dovremmo lavorare circa “9 ore a settimana per mantenere sotto la soglia critica dei 2°C di riscaldamento climatico”10. È la direzione inversa, ecologicamente insostenibile, che prende invece la riforma delle pensioni. Ci si propone di riformare le pensioni minando al tempo stesso le condizioni stesse di una pensione vivibile.

IN CHE MONDO PRETENDIAMO DI ANDARE IN PENSIONE?

Nella situazione in cui siamo, gli imperativi di bilancio sono secondari. Dobbiamo avere coraggio: ogni riforma politica contiene una scelta di vita. La scelta di vita contenuta nella riforma Delevoye è insopportabile: consiste nell’aggiungere al collasso ecologico in corso un collasso di ciò che resta delle solidarietà (sicuramente imperfette perché pensate su basi obsolete) del 20° secolo. Il rapporto Delevoye ci raccomanda in definitiva di condividere la scarsità. Una scarsità organizzata, perché dall’altra parte della barricata, i ricchi non sono mai stati tanto ricchi. Nel momento in cui abbiamo più bisogno di aiuto reciproco, di solidarietà, il governo propone l’individualismo e il si salvi chi può nel nome di economie di bilancio insensate.

Questo, in pratica, è il mondo nella testa di un Delevoye: farsi curare da una infermiera di 62 anni, trasportare da un ferroviere di 65 anni, salvare da un incendio da un pompiere di 64 anni, educare da una prof di 69 anni, ma farsi pestare da un celerino di 34 anni perché gli sbirri devono beneficiare dei soli regimi speciali che quel mondo conosce ancora11. Durante questo periodo, il mondo intero brucerà perché degli affaristi di 74 anni sfrutteranno fino in fondo tutto ciò che resta delle risorse naturali, finché ci sarà ancora tempo. Per noi, giovani, che navighiamo a vista nell’uberizzazione e nel precariato, ci sarà il mito della crescita verde e dell’economia di piattaforma. Più app, più video, più dati, più server, più scooter, più start-up di riciclo e contatori Linky12, che serviranno solo ad alimentare il controllo e la sorveglianza, e a “flessibilizzare” i mercati rendendo il lavoro più precario.

Rimane il fatto che coloro che contestano la riforma delle pensioni – la maggioranza delle organizzazioni sindacali e la sinistra – non sono in grado di immaginare un mondo differente. Discutono, alla fine, in un quadro economico e di bilancio molto simile a quello del governo13. Tutti o quasi cercano di “adattare” il sistema attuale14, ben pochi di rivedere le sue fondamenta. Dobbiamo rifiutare le regole del gioco della contestazione tradizionale.

Se dobbiamo fare il funerale del nostro sistema pensionistico, è per meglio immaginare come riappropriarsene e condividere le ricchezze. Delle ricchezze che non sono solo economiche. Il nostro sistema pensionistico attuale si limita a versare una pensione alle persone anziane dopo una certa età, come per ricompensarle di lasciarci in pace. Ma ci sono mille modi di prendersi cura delle persone anziane, e non tutte richiedono denaro. Dobbiamo imparare a stabilire solidarietà non economiche coi nostri anziani, che svolgono già diversi ruoli non remunerati che permettono il buon funzionamento dell’economia (come il loro volontariato o la cura dei figli in particolare). Le forme storiche della cura delle persone anziane sono tantissime nella storia e nella geografia: non c’è che da studiarle, discuterle, e migliorarle15. Più lo sciopero sarà lungo e partecipato, più avremo il tempo di rifletterci seriamente e democraticamente.

IN SCIOPERO FINO ALLA PENSIONE

La battaglia sulla riforma delle pensioni che comincia il 5 dicembre è una sfida grossa per le ecologiste francesi. C’è un’ecologismo rassegnato, o anche nichilista, che può lasciarsi andare a pensare che questa riforma non ci riguardi. Che andiamo in ogni caso verso la catastrofe. Che ci saranno troppi vecchi negli anni a venire, che in ogni caso “mangiano troppo”, che sia davvero necessario diminuire le pensioni. Alcuni arrivano a pensare che delle pensionate più povere consumerebbero meno, e che in fondo, non sarebbe male per la nostra impronta ecologica se una buona parte di questa classe di età che tanto inquina morisse prematuramente16.

Un ecologismo coerente non considera la demografia o la vecchiaia come un problema, quando è l’organizzazione capitalista della vita che rende questo mondo invivibile e ingiusto. Il mondo non è mai stato così “ricco” di denaro, di risorse, di energia come oggi: è la loro divisione che è mostruosamente ineguale. Ce n’è abbastanza per permettere delle condizioni di vita decenti e sostenibili per tutti prima di dover pensare a ridurre la popolazione o l’ammontare delle pensioni.

La battaglia delle pensioni è quindi l’occasione per dimostrare che sociale e popolare non sono che delle parole chiave da incollare ipocritamente a “ecologia” per smarcarsi da ogni solidarietà reale. È l’occasione di entrare in discussione con le basi sindacali, che sono le uniche a essere in grado di far decrescere davvero il nostro modo di produzione, perché hanno il vantaggio, rispetto agli ecologisti, di conoscere i loro strumenti di produzione e sanno come trasformarli. È l’occasione per l’ambientalismo di porre in modo innovativo la questione della vecchiaia, dell’aiuto reciproco, della cura, che sono le condizioni stesse di un mondo abitabile. In breve, l’occasione di avviare un autentico processo rivoluzionario.

Noi, improbabili pensionate del 2060, abbiamo dei genitori e dei nonni, delle vecchie amiche, che il loro lavoro usa e consuma da decenni. Conosciamo la fatica impressa sui loro volti, e sui loro corpi. Si batteranno per non dover più lavorare come schiave: la lotta per la loro pensione è una questione di sopravvivenza e dignità. Noi saremo dunque al loro fianco. Tutte le sorprese di questa riforma sono materia che produrrà un conflitto sociale possente, a meno di fermare il ritmo infermale di riforme una più oscena dell’altra, che non hanno altro obiettivo che di sottometterci a dei lavori assurdi.

Al contrario, dobbiamo liberare le condizioni di un tempo libero di massa, creativo e non devastatore, come quello di un grande numero di attività ecologiche: artigianato, permacultura, occupazione di terreni, ecoedilizia, cantine, associazioni di quartiere, case delle donne, corsi di lingua, trasmissione di saperi, riparazioni… Tutto un tessuto di solidarietà e di aiuto reciproco che sarà necessario per i tempi difficili che arriveranno, e che non avrà niente a che fare con obiettivi di crescita o equilibri di bilancio.

Una visione a lungo termine non deve quindi fermarsi al semplice ritiro della riforma delle pensioni. Non si tornerà più al sistema di protezione sociale del 1945 né a un contesto di crescita economica sostenuta. Bisogna dire addio alle pensioni come le abbiamo conosciute negli ultii 75 anni, quelle della socializzazione delle solidarietà sotto il controllo dello Stato. Ma dire goodbye alle pensioni, non significa accettare una regressione delle solidarietà. Significa rompere con l’idea di una vita di lavoro spesso assurda e debilitante che sarà coronata, alla fine, dalla “pensione”. Significa estendere l’idea di pensione o di sciopero alla vita intera, perché noi dovremo lavorare di meno e prenderci cura gli uni delle altre.

Bisogna seguire la via suggerita dai gilet gialli. Organizziamo delle Assemblee in tutto il paese per discutere del futuro, e prendere noi stessi le misure che servono. Requisiamo le fabbriche, i media, il cibo, le ricchezze e tutti i mezzi che saranno necessari per far durare lo sciopero finché altre forme di solidarietà con la vecchiaia saranno state stabilite, finché le emissioni di gas serra saranno drasticamente diminuite, finché non possiamo garantire alle giovani e ai vecchi un futuro degno di essere vissuto.

1Chi sta facendo la riforma è ben consapevole di questa sfiducia dei giovani. Nel suo editoriale per il dossier stampa del rapporto Delevoye, Agnès Buzyn dichiara: “È sufficiente chiedere a un* giovane in età attiva nel 2019 come immagina la propria pensione. Oscillando tra rassegnazione ironica e pessimismo scettico, la sua risposta non sarà meno chiara: ‘non avrò mai la pensione’. Bisogna dunque ridare fiducia” (p.3). Quello che colpisce è che la riforma Delevoye è proprio il contrario di ciò che bisognerebbe fare per “ridare fiducia”, perché si basa su una visione del mondo morta almeno dai 40 anni che la crisi ecologica è diventata un tema politico. Per leggere il dossier stampa: https://reforme-retraite.gouv.fr/IMG/pdf/dossier_de_presse_def_18_07_2019.pdf 

2Dal programma del Consiglio Nazionale della Resistenza: https://fr.wikisource.org/wiki/Programme_du_Conseil_national_de_la_R%C3%A9sistance.

3Per capire la riforma in sintesi, questo video ‘neutro’ di Brut è breve ed efficace: https://www.youtube.com/watch?v=HN0crZzkGSc

4Il rapporto di Jean-Paul Delevoye che contiene le sue indicazioni al governo per una riforma delle pensioni, pubblicato nel luglio 2019, è disponibile integralmente qui: https://reforme-retraite.gouv.fr/IMG/pdf/retraite_01-09_leger.pdf. Non vi consigliamo di leggerlo, è una pessima lettura.

5Il rapporto Delevoye pretende di rendere il sistema di pensione attuale “meno sensibile” alle variazioni della crescita. Significa che poggia ancora sull’idea che che la nostra economia sarà in crescita almeno fino al 2070, riprendendo “gli scenari attuali del Consiglio di orientamento delle pensioni” la cui “ipotesi di crescita economica a lungo termine è fissata all’1-1,8% verso il 2070”. (p.116). Sul legame tra crescita economica e crisi ecologica, vedere con il giusto distacco critico il video di Jancovici: “CO2 o PIL: bisogna scegliere” https://www.youtube.com/watch?v=h9SuWi_mtCM 

6Vedi il capitolo “Phagocène. Consommer à la planete” in L’événement anthropocène di Bonneuil et Fressoz.

7Leggere l’eccellente fumetto di Emma: https://emmaclit.com/2019/09/23/cest-quand-quon-arrete/  così come il sito del collettivo Nos Retraites https://reformedesretraites.fr/

8Non solo c’è sempre meno lavoro, ma il governo associa alla questione due riforme: da una parte quella delle pensioni, dall’altra quella dell’indennità di disoccupazione. Questa, rendendo più difficili le condizioni di accesso, diminuendo le indennità, instauranto la degressività delle allocazioni, accorciando le durate delle indennizzazioni, ha per vocazione quella di spingere ad accettare un lavoro qualunque sia e per qualunque tempo, senza sicurezza. Questa riforma è particolarmente legata al passaggio di un finanziamento per una cassa che raggruppa sindacati e padronato a un finanziamento per la Contribuzione Sociale Generale, guidata dallo Stato, mentre il sistema unico a punti vantato per la riforma delle pensioni darà ugualmente tutti i poteri allo Stato sulla sua gestione (vedi nel rapporto Delevoye, il capitolo ironicamente intitolato ‘Una governance innovativa’). Dietro queste due riforme apparentemente slegate, operano dunque le stesse logiche, con una ricentralizzazione della guida al livello statale, e dunque la certezza che gli imperativi di economia di bilancio guideranno la gestione del sistema, a scapito di ogni altra logica (solidarietà, dignità). Riforma delle pensioni e riforma dell’indennità di disoccupazione martellano lo stesso discorso: “bisogna lavorare sempre di più e più a lungo”. Non si capisce come si possa “lavorare di più” se non unendo contratti a chiamata con lavori informali (che non parteciperanno dunque al finanziamento delle nostre pensioni).

9Conferenza stampa del primo ministro Edouard Philippe, 12 settembre 2019: https://www.youtube.com/watch?v=HN0crZzkGSc

10La cifra è valida per il Regno Unito in particolare, ma i risultati sono simili per gli altri paesi OCSE. Qui il rapporto: http://autonomy.work/wp-content/uploads/2019/05/The-Ecological-Limits-of-Work-final.pdf e un riassunto in francese: https://www.cnews.fr/monde/2019-05-22/il-faudrait-travailler-seulement-9h-par-semaine-pour-contrer-le-rechauffement.

11Perché un celerino di 34 anni? Perché non si può toccare la pensione di un poliziotto che avrà molto lavoro repressivo da fare nei prossimi anni. Si leggerà con divertimento i passaggi assolutamente comici del rapporto Delevoye sulla polizia e l’esercito, a partire dalla pagina 64, che annunciano le difficoltà che il governo avrà a imporre la sua riforma: “Delle specificità potranno essere conservate per i funzionari che esercitano funzioni sovrane di ordine e sicurezza pubblica […] I poliziotti, i secondini e gli ingegneri di controllo della navigazione aerea potranno quindi andare in pensione a partire dai 52 anni”.

12Il contatore Linky è “un contatore intelligente che permette di pagare solo il consumo elettrico reale” (ndt)

13Il fatto che i sindacati si pongano sullo stesso piano del governo per discutere della gestione economica è sufficiente a spiegare questo strano fatto che entrambi soffrano della stessa sfiducia: “Secondo un sondaggio YouGov per l’Huffington Post, il 60% dei francesi non credono nel governo che ‘inizierà una larga concertazione prima di lanciare la sua riforma generale delle pensioni”. I sindacati sono sulla stessa cifra: il 55% esprime sfiducia nei loro confronti. Contano comunque di farsi sentire, con manifestazioni previste il 13, il 16, il 21 e il 24 settembre” (20 minutes, 5 settempre 2019).

14Si diceva ‘modernizzare’, ma oggi non si osa più! La riforma, secondo il rapporto Delevoye, cerca di migliorare “la capacità di adattamento [del nostro sistema di pensioni] con un obbligo di equilibrio finanziario, per assicurare alle generazioni future che il nostro sistema non sia in bancarotta” (p.5). Un punto sul quale si trova d’accordo con la frangia non rivoluzionaria di chi si oppone alla riforma.

15Si possono immaginare tantissimi modi di occuparsi delle persone anziane che non hanno niente a che fare con una pensione versata da una cassa pensionistica: cura della famiglia, dei vicini, della comunità, società di previdenza, mutue, ospizi, gratuità dei bisogni di base, ecc. È chiaramente più facile prendersi cura le une degli altri quando si ha del tempo libero; ma ovviamente, non ci sarà più la piena occupazione! Vedi, ad esempio, Histoire de la vieillesse en France, 1900-1960. Du vieillard au retraité di Elise Feller per constatare a che punto le forme di cura e di attenzione alle persone anziane si sono evolute rapidamente nella storia, e non sempre in meglio. Ricordiamo che 600 mila persone risiedono attualmente in case di cura in Francia, e che molte persone anziane vivono adesso nella depressione, la solitudine e la dipendenza, se non in una certa miseria economica. Non conta solo la speranza di vita, ma anche la qualità di vita.

16Gli studi basati solo sull’impronta ecologica danno linfa a questo ambientalismo nichilista, perché non prendono in considerazione le variabili sociali (i pensionati ‘inquinano’ di più.. perché sono più soli; i pensionati più ricchi inquinano più di quelli meno ricchi, e come in tutte le classi di età, è il livello di ricchezza il fattore più determinante) e le gerarchie economiche (chi possiede i mezzi di produzione? Chi decide i grandi orientamenti della nostra economia? Chi impone un mondo a energia fossile?)…

Lettera di una donna all’uomo che l’ha stuprata

Nel gennaio del 2015 Brock Turner, studente a Stanford, violenta una ragazza durante una festa. Turner, che rischiava fino a 14 anni, è stato alla fine condannato a 6 mesi (!) e non ha mai riconosciuto pienamente la propria colpevolezza.

La donna che ha subito lo stupro ha scelto, alla fine del processo, di leggere una lettera rivolta direttamente allo stupratore. Si tratta di un discorso di un valore incredibile, sia dal punto di vista emotivo che politico. Qualcosa che dovrebbe essere conosciuto, letto e analizzato ovunque. Avevo iniziato a tradurlo il giorno stesso in cui l’ho letto, e anche se sta già girando una sua traduzione, voglio pubblicare lo stesso la mia. Del resto, più ce ne sono e meglio è.

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Foto: Yoz Grahame (Flickr)

Vostro onore, se è possibile, vorrei rivolgermi soprattutto direttamente all’imputato.

Tu non mi conosci, ma sei stato dentro di me, ed è per questo che siamo qui oggi. Continue reading