La complessità e la contraddizione negli spiriti Vodou

Hector Hyppolite – Ogou Feray, also known as Ogoun Ferraille, ca. 1945 (Met Museum)

[Riprendendo il discorso iniziato tempo fa sul Vodou, ho tradotto un piccolo pezzo tratto dal libro “Mama Lola – A Vodou Priestess in Brooklyn” di Karen McCarthy Brown”, nel quale l’autrice – che ha frequentato per tanti anni il tempio vodou di Manbo Alourdes a New York diventando anche lei una vodouisante – descrive il modo in cui la complessità della vita e della personalità umana si rispecchia nel pantheon delle divinità (lwa) del Vodou haitiano. Questa parte si trova nelle pagine 97 e 98 dell’edizione dell’University of California del 2001]

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Skinhead revolt, punky reggae party: il reggae che attraversa l’Atlantico

Vista la ricorrenza dei 40 anni dalla morte di Bob Marley, volevo partecipare raccontando qualche cosa sul reggae.

In Italia, questa evoluzione del suono afrocaraibico arriva in coincidenza con l’affermazione internazionale di Marley e dei suoi Wailers (a parte i tentativi non riusciti di Peppino di Capri e Raffaella Carrà1); forse per questo motivo, nella cultura italiana e in generale quella europea continentale, il reggae è associato a un certo tipo di militanza politica e culturale di sinistra, legata alla marijuana, a una specie di terzomondismo, a un’estetica appariscente e un po’ fricchettona. Senza nulla togliere a questo percorso, la storia del reggae e della musica giamaicana in rapporto alla cultura bianca e occidentale è sicuramente più interessante se si parte da dove tutto è cominciato, ovvero da Londra. Continue reading

“Gli italiani sono bianchi?”

“I bianchi non sono sempre stati «bianchi» e non lo saranno per sempre. Si tratta di un’alleanza politica. Le cose cambieranno” (Amoja Three Rivers)

Grazie al libro “Gli italiani sono bianchi? Come l’America ha costruito la razza” (di Salvatore Salerno e Jennifer Guglielmo) è possibile ricostruire in modo illuminante un processo storico poco considerato. Le persone che dall’Italia andavano negli Stati Uniti in cerca di lavoro e fortuna venivano messe, all’arrivo, in una posizione ambigua: considerate bianche, sì, ma con riserva. Era necessario che dimostrassero la loro bianchezza.

do-the-right-thing-02.jpg - Quotidiano Piemontese

“Do the right thing” (“Fa’ la cosa giusta”) di Spike Lee è un film che racconta molto bene il rapporto difficile tra persone di colore e italiane negli Stati Uniti

Molte di queste persone, infatti, si trovavano a lavorare e vivere insieme a quelle di colore: nelle piantagioni di zucchero della Louisiana, nelle fabbriche e nei cantieri del nord-est, nei quartieri di New York e nei villaggi rurali del sud. In queste esperienze di vita comune nascevano anche solidarietà politiche e, probabilmente anche per questo, linciaggi e discriminazioni di vario tipo erano diretti verso italiani e italiane, pur se in misura inferiore rispetto a quanti erano sistematicamente diretti in particolare verso le persone nere.

L’immigrazione italiana godeva, infatti, di privilegi dovuti alla “bianchezza”: la possibilità di muoversi, arricchirsi, sposarsi liberamente. La marginalizzazione, o la minaccia della stessa, ha avuto quindi la funzione di una spinta all’omologazione: e la scelta, progressivamente, fu quella di accettare questa alleanza e “diventare” bianchi.

A questa scelta contribuirono, probabilmente, anche il razzismo e il colonialismo interni allo stato italiano: molte delle persone emigrate dall’Italia provenivano infatti dal Meridione, ed erano considerate dalla classe dirigente e intellettuale inadatte alla civiltà: stupide, barbare, sporche, e per niente virili – e possiamo ben capire l’effetto che questa accusa può avere verso una cultura che, come tante altre, era profondamente maschilista.

Quando si parla di emigrazione italiana emergono spesso due discorsi apparentemente opposti: da un lato si dice che “noi lavoravamo sodo, rispettavamo le leggi e nessuno ci regalava niente”, dall’altro si risponde che “abbiamo portato la mafia” oppure che “non possiamo essere razzisti perché il razzismo colpiva anche noi”. Questa è una risposta sterile e fuorviante a una affermazione falsa: italiani e italiane sono state protagoniste di rivolte sindacali e di azioni dirette contro lo stato e il capitale, ma soprattutto la loro condizione di partenza negli Stati Uniti era resa più vantaggiosa grazie alla subalternità forzata delle persone di colore (di origine africana, ma anche latina, mediorientale e asiatica). La posizione per certi versi intermedia ricoperta dagli italiani consentiva di sfruttare la propria vicinanza alle persone di colore – nel commercio e nella fornitura di servizi, ad esempio – ma quando, col passare del tempo, la solidarietà interrazziale ha cominciato a essere scoraggiata e severamente sanzionata, cinismo e individualismo hanno portato alla scelta di far valere la propria condizione di “bianchezza”.

È importante conoscere queste storie, per capire i modi sottili ma anche brutali con i quali viene costruita la nostra soggettività: come funziona e agisce il confine labile tra il margine e il centro. E anche per osservare come razzismo e patriarcato istituzionalizzati interagiscono con la volontà di ogni persona: la società ci costruisce ma siamo anche noi a costruire la società.

(Potete scaricare il pdf del libro qui, dove trovate anche il punto di vista di Moju Manuli:

GLI ITALIANI SONO BIANCHI? Come l’America ha costruito la razza – pdf

Maschio femminista (il primo della lista) – seconda parte

(la prima parte qui)

Quando parlo di maschilità come un problema non mi riferisco al semplice ‘nascere’ in un corpo considerato maschile. Il maschilismo non nasce dalla genetica né da fantomatiche essenze innate: sono solo alcuni tratti corporali che ci inseriscono in un certo tipo di educazione e di ruolo. Questa non dovrebbe essere una novità: parafrasando Simone De Beauvoir, “non si nasce uomini”. Per essere riconosciuti come tali è necessario un lavoro di adesione a un modello più o meno standard, che comprende i caratteri sessuali secondari, il modo di parlare e di vestire, e anche un certo modo di relazionarti con il mondo, di ragionare, di desiderare.

Dal nostro punto di vista, il modo in cui storicamente la maschilità è stata ed è rappresentata fa parte di uno spettro di possibilità che ogni persona può esplorare, e che può essere in quanto tale oggetto di attrazione o desiderio: questo va detto per evitare di colpevolizzare chi si identifica in tutto o in parte nell’immaginario maschile o che ne è attratto – sono diverse, poi, le vie attraverso le quali ci si identifica o si desidera. Ma va anche detto che quello che noi chiamiamo “uomo” non esiste, come concetto, al di fuori di una gerarchia: «…non esiste alcun sesso. Esistono solo un sesso oppresso e un sesso oppressore. Ed è l’oppressione a creare il sesso; non il contrario […] Il primato della differenza è tanto strutturalmente costitutivo del nostro pensiero da impedirgli di operare quel ritorno riflessivo su di sé che sarebbe necessario per mettersi in questione e capire il fondamento su cui si basa.» (Monique Wittig, “La categoria di sesso”, qui).

È fuorviante, quindi, pensare una relazione “pacificata” tra i sessi, a meno di non farne un discorso di buona creanza che, implicitamente o meno, considera naturale che l’uomo, in quanto tale, esista e abbia il dovere di imparare a comportarsi bene. Ma se “gli uomini devono parlare agli uomini” non è possibile pensare di farlo al di fuori di quella complicità che si crea, da un lato, riconoscendosi come tali e cioè eterosessuali, in cerca o all’interno di una relazione monogama, in qualche modo lavoratori e cittadini perbene, e soprattutto, dall’altro lato, attraverso il modo stesso di affrontare la questione. La buona creanza, il comportarsi bene, fanno parte di un discorso che mira a razionalizzare i femminismi, allo stesso modo di una teoria scientifica la quale è confutabile e falsificabile; e per quanto pensieri e pratiche femministe siano sicuramente aperte alla possibilità di essere studiate, analizzate, criticate, non è sulla base della razionalità che si misura il loro valore.

Se così fosse, si dovrebbe pensare che i femminismi non sono che dei contributi che mirano a migliorare questa società, mentre sono al contrario proposte per un cambiamento radicale di essa. Razionalizzarli, normalizzarli apre spazi di manovra a quelle ideologie che, con le stesse armi – ma in maniera spudorata e furbesca – cercano di combatterli.

Maschio femminista (il primo della lista) – prima parte

In questi giorni ho ascoltato e visto alcune interviste e discussioni che hanno coinvolto uomini cisgender ed etero sul tema del femminismo, antisessismo e maschilità. Ho trovato diversi aspetti critici, sia in alcune delle cose che sono state dette, sia nel modo stesso in cui sono state impostate le discussioni, che mi sembrano potersi applicare, in generale, al modo in cui nel mainstream viene rappresentata la questione.

Sono molto combattuto nell’idea di esporre queste mie critiche, perché una parte di me mi dice che non è giusto dare addosso proprio a chi prova a impegnarsi su un tema così ostico e al tempo stesso così attuale, anche se nel farlo commette eventualmente degli errori. D’altra parte, però, proprio l’importanza della questione dovrebbe spingere a non sottovalutare i problemi che può creare un discorso se è fuorviante.

Mi ha colpito, innanzitutto, la facilità con la quale gli uomini intervistati si definiscano e vengano definiti femministi, non perché una parola più che un’altra debba essere considerata come sacra – e su di essa si debbano costruire dei discorsi di verità – ma perché riconoscere una persona, soprattutto un uomo, come femminista comporta un investimento di stima e fiducia che può essere mal riposta. Per meglio dire, presentare un uomo come femminista comporta una grande responsabilità, specie se le donne ma soprattutto altri uomini lo indicheranno come esempio.

La questione è ancora più problematica quando si nota che, spesso, la presa di posizione di un uomo contro il sessismo viene ammantata di così tanta meraviglia da far pensare che ogni volta sia la prima volta che succede. Questo crea un protagonismo maschile che finisce col creare un corto circuito: l’attivismo dell’uomo femminista, per superficiale che sia, diventa auto-referenziale, facendone una specie di portale della conoscenza, segui me e saprai. Quasi mai, nelle discussioni che ho ascoltato, vengono citati pensieri e pratiche di movimenti e intellettuali femministe. Viene riconosciuta, in qualche modo, l’importanza del contributo di “amiche, parenti o partner” nella nascita di una certa consapevolezza; si sottolinea, a volte, che “tutte queste cose che ci diciamo” sono state dette da femministe. Ma il fondamento di questo impegno, che viene annunciato in ogni occasione, è: servono gli uomini per parlare agli uomini.

È notevole che in questa affermazione si dia per scontato che, quando si parla di uomini, si intende maschi etero e cisgender, perché si riconosce (quasi giustificandola) una difficoltà a “capire” quello che dicono le femministe, che deve quindi essere razionalizzata da una mente maschile, e al tempo stesso si esclude implicitamente, ma categoricamente, che si possa imparare tanto dalle esperienze degli uomini gay, degli uomini e delle donne trans, delle esperienze drag queen e drag king. Cioè: uomini che amano altri uomini e persone che si pongono in maniera critica verso l’essere maschio, lo rifiutano, lo studiano, lo imitano, lo contaminano, lo smontano. Come si può pensare che tutto questo non sia utile a superare una maschilità che consideriamo problematica? Ma forse il punto è questo: la maschilità, in quanto tale, non è considerata problematica. È invece il centro della questione.

(fine prima parte)

Don’t be square: superare il concetto di “alleato”

Se vogliamo superare il concetto di “alleati” e portare la lotta nel nostro campo dobbiamo trovare una forma concreta e visibile per farlo. Ma come si può provare a decostruire il nostro stesso genere, a incarnare un’alterità alla norma che noi stessi rappresentiamo?

Questo vale in particolare per noi uomini, cis e etero. Ogni corpo è disciplinato da regole e divieti, ma nel nostro caso, queste sono intrecciate profondamente con il privilegio che le accompagna. La norma etero ci “reprime” ma ci gratifica con il potere. Dobbiamo scoprire, coltivare e rendere visibile il nostro “aspetto imprevisto”, far venire fuori la nostra “soggettività repressissima”, rinunciare alla gratificazione del privilegio, spezzare il circolo della complicità e portare discordia e disordine nel nostro campo.

Questo discorso è particolarmente importante adesso che i movimenti femministi e lgbtq sono tornati nel dibattito collettivo, e viene posta – spesso in maniera conflittuale – la questione dello spazio degli uomini, nei primi, e delle persone etero, specie uomini, nei secondi. Spazio che sembra essere più preteso, come questione di principio, che non davvero sentito necessario per portare un contributo; come i gatti quando pretendono che gli si lasci la porta aperta anche se non vogliono davvero entrare. Il problema ovviamente non sta in una volontà di discriminare (l’inesistente sessismo al contrario) ma nel fatto che spesso questo spazio viene usato per riportare la norma eterosessista all’interno del campo alternativo. Senza nascondere che sia già difficile, anche per le soggettività più represse, disidentificarsi dalla norma, lo è a maggior ragione per chi come detto quella norma la incarna e, in verità, spesso non ha nemmeno la volontà di allontanarsene. A questo contribuisce, forse, l’azione ‘inclusiva’ delle forze economiche e politiche dominanti, volta a neutralizzare la carica rivoluzionaria dei movimenti femministi e lgbtq, proponendo una maggiore inclusione e anche una tutela da parte dello Stato e delle aziende, a patto che non ne vengano messe in discussione le premesse – famiglia, matrimonio, competizione ecc. In questo contesto culturale, queste entità si pongono come alleate delle donne e delle soggette lgbtq nella battaglia contro le forze fondamentaliste; il risultato è che molte persone si sentono legittimate a sentirsi alleate pur facendo davvero pochissimo, senza interrogarsi sulla complessità della norma eterosessista e i modi in cui essi la incarnano.

Non si tratta infatti soltanto di ‘accettare’ una ‘diversità’. L’imposizione dell’eteronormatività poggia proprio sulla facilità con la quale siamo abituati a pensare che esistano un limite e una gerarchia tra ciò che è vero e ciò che è falso, come tra ciò che è puro (razionale) e impuro (irrazionale), quindi tra ragione e follia, oggi potremmo aggiungere anche: tra decoro e degrado. C’è ovviamente un filo che lega l’ansia di ‘pulizia’ delle città e l’inclusione omologante offerta ad alcune soggettività marginalizzate: in entrambi i casi, solo chi risponde a certe condizioni, adeguandosi alla norma pur da ‘diverso/a’, può avere diritto di cittadinanza, chi si rifiuta è considerato indecoroso, pazza, eccedente, con tutta la forza che il portato di queste parole ha nel nostro immaginario ‘razionale’. Così si decide che i rapporti omosessuali hanno diritto di cittadinanza solo se si conformano alla norma etero dell’amore romantico che punta al matrimonio, alla privatizzazione degli affetti e dell’eros, mentre restano escluse tutte le forme di socialità e affettività non conformi che pure fanno parte della storia della comunità Lgbtq. Da parte nostra sarebbe scorretto contestare chi fa una scelta di ‘quieto vivere’ di fronte alla possibilità di vivere ancora un’esistenza marginalizzata; ma possiamo semmai pensare di rivoluzionare i nostri modi di vivere le relazioni e in generale di stare al mondo.

Il collegamento tra il discorso del vero e l’oppressione eteronormativa non è semplice da spiegare: lo ha fatto Monique Wittig nel suo saggio “The Straight mind”. La parola ‘straight’ è difficile da tradurre in italiano senza perdere le sfumature: ‘straight’ significa ‘dritto’, nella direzione giusta, e per estensione anche eterosessuale. Scrive infatti Wittig: “il discorso eterosessuale ci opprime nella misura in cui ci impedisce di parlare, a meno che non parliamo nei suoi termini. Tutto ciò che lo revoca in dubbio è presto liquidato come elementare”. Il nostro atteggiamento è quindi quello di selezionare tra ciò che possiamo tollerare come diversità e quello che dobbiamo escludere e disprezzare perché osa creare da sé le proprie categorie per raccontare la propria esperienza: questo è ciò che succede quando ci sentiamo in diritto, da maschi e da bianchi, di discutere cosa siano il razzismo e il sessismo di fronte a chi è colpitx da queste oppressioni. Se pensiamo il nostro essere ‘alleati’ come uno sforzo razionale nel nome del politicamente corretto, ci stiamo al tempo stesso arrogando il diritto a decidere fino a che punto siamo disposti a farlo.

D’altra parte è evidente che se restiamo saldamente all’interno del nostro privilegio, razzismo e sessismo non ci colpiranno mai. Se “sostengo la parata ma mi piace la patata” significa che non ho intenzione di mettere in discussione né la mia percezione delle persone LGBTQ (identificate unicamente come uomini attratti solo da uomini: basterebbe poi un piccolo sforzo per capire che in mezzo a persone bisessuali, lesbiche, trans e non binarie, essere attratti dalle donne non è un’esclusiva degli uomini etero) né il modo in cui penso le persone da cui sono attratte (la patata, il buco, l’idea della penetrazione come unica modalità di relazione). Mettere in discussione la nostra eterosessualità – intesa in senso stretto – non significa reprimere o nascondere l’attrazione fisica o romantica, ma smettere di darla per scontata e normale, e considerarla in modo critico.

Rosemary Hennessy parla di ‘disidentificazione’ come rivendicazione della “collettività di coloro la cui eccedenza di bisogni umani il capitalismo ha messo fuori legge”. Dobbiamo chiederci quindi se esiste in noi questa eccedenza e se vogliamo rivendicarla e viverla appieno, oppure reprimerla per restare nel conforto del nostro privilegio. È vero che agli uomini sono concesse diverse forme di mascolinità, dall’uomo felicemente sposato allo scapolo libertino fino all’asceta lontano (in apparenza) dai desideri carnali. Rifugiarsi in una di queste modalità significa reprimere la nostra eccedenza senza provare a confrontarsi con la carica erotica imprevista e imprevedibile di altri tipi di relazione – che mischiano amicizia, fisicità, fratellanza/sorellanza nella vita e nella lotta politica. Abbracciando la nostra eccedenza riusciremo forse a comprendere cosa intende Wittig quando parla della “violenza esercitata attraverso i discorsi in tutti gli ambiti della società”, quella che ti dice “tu non hai nessun diritto di parlare perché il tuo discorso non è fondato”.

Questo non vuole essere un manuale del perfetto “woke”, ma un tentativo di trovare le parole e i modi per essere concretamente solidali alle compagne e ai compagni femministe e queer, per provare a fare spazio nel nostro campo alla loro rivolta.

Indipendentismo, democrazia e rapporti di potere nell’Unione Europea: cenni sparsi

Possiamo ammettere, senza necessariamente concedere, ma anche senza timore di dire un’enormità, che la dimensione dello Stato-nazione sia stata ottimale, in un certo periodo storico, per garantire la scala adatta a favorire e sostenere il benessere dei cittadini. In un mondo in cui i rapporti internazionali erano regolati in modo ‘naturale’, solo il possesso di una certa forza geopolitica poteva probabilmente essere in grado di reggere il confronto e l’eventuale urto con gli altri Paesi. In altre parole, in mancanza di uno schema istituzionale di governance internazionale, piccole entità territoriali, come ad esempio una Sardegna indipendente dall’Italia, avrebbero rischiato di finire schiacciate e inglobate in modo forse ancora più invasivo da soggetti dotati di un’economia e di una forza geopolitica maggiore.
Detto questo, non si può ignorare che l’integrazione europea abbia modificato in modo sostanziale questo scenario. Non solo ad oggi i soggetti regionali hanno la possibilità di rapportarsi direttamente (pur se in modo parziale) con un centro amministrativo capace di fornire risorse finanziarie, ma anche giuridiche e in parte politiche alternative a quelle di cui lo ‘Stato patrigno’ ha avuto l’esclusiva per lungo tempo; di più, l’appartenenza a un’entità di scala ben più ampia consentirebbe a territori come la Sardegna (ma anche la Corsica e tante altre ‘nazioni senza Stato’) di sopravvivere e affiancare a un’eventuale sovranità formale anche una discreta autonomia concreta. Non si tratta tanto della rivendicazione di un’identità nazionale, concetto mutevole e senz’altro pericoloso, quanto di assecondare la tendenza decostruzionista già presente nel processo stesso di integrazione europea.

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Frigoriferi ve ne abbisognano?

I dati delle primarie di ieri – 51 mila votanti, perfino meno delle 55 mila firme raccolte dai 5 candidati, e corrispondenti al 3,4 per cento degli elettori sardi – dimostrano chiaramente che la politica, senza l’acteur dramatique, diventa come la proverbiale vendita di frigoriferi agli eschimesi.

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It’s hard – Stefano Tassinari, 1955 – 2012

Ascolto Quelli come noi di Claudio Lolli, leggendo il testo come spesso faccio, e a lato della pagina, le facce dementi e squallide di persone che hanno cliccato “mi piace” su “angolotestileonardo” magari solo per sapere cosa dicono ligabue e tacabrò nelle loro canzonette del cazzo.

Non li sopporto. Quasi mai. Tantomeno oggi che, se sto ascoltando Lolli, è per vie traverse iniziate leggendo “L’amore degli insorti” di Stefano Tassinari, che era un grande scrittore, un compagno, un amico di tanti anche a Macomer. Lo ricordo con il suo sguardo leggero e intelligente, ricordo il suo sorriso illuminare tante situazioni, penso a tante discussioni sui suoi libri (che io, da bravo coglione qual sono, non ho mai letto seriamente).

E ora me lo vado a leggere, “L’amore degli insorti”, con i Clash in sottofondo.

Solipsismo.

Ciao Stefano.